Moderna barbarie di una civiltà in decadenza
di Elisabetta Borioni
su L'ERNESTO del 21/11/2008
Il “Panos Institute” di Londra, un’organizzazione non governativa che si occupa dei problemi globali e dello sviluppo, ha diffuso di recente una ricerca effettuata dalla Harvard University secondo cui per le donne tra i 15 ed i 44 anni la violenza è la prima causa di morte e di invalidità: ancor più del cancro, della malaria, degli incidenti stradali e persino della guerra.
Questo rapporto preparato per l’apertura di una sessione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile, raccoglie studi e ricerche sul tema della violenza sulle donne effettuati in ogni parte del mondo da organismi e istituti nazionali ed internazionali.
Emerge una realtà drammatica che non risparmia nessun paese e nessun continente.
Secondo fonti dell’organizzazione mondiale della sanità, nel 1998, la violenza è stata la decima causa di morte nel mondo per le donne tra i 15 ed i 44 anni; in Europa è la prima causa di morte per le donne tra i 16 ed i 55 anni (fonte Parlamento Europeo).
Il più delle volte questa violenza si consuma dentro le mura domestiche ad opera di mariti, fidanzati, padri, fratelli. L’organizzazione mondiale della sanità ha stimato che il 70% delle donne, vittime di omicidio, sia stata uccisa dal partner.
In Europa e nel mondo perciò le donne vengono picchiate, subiscono violenze, muoiono per lo più per opera di coloro con cui hanno relazioni amorose, passionali, d’affetto, familiari. Sembra un non senso.
Questi dati agghiaccianti riguardano tutti i continenti, tutti i paesi del mondo, sia quelli sviluppati che quelli meno sviluppati. E la matrice di questa violenza può essere di tipo culturale se il contesto è machista o patriarcale, di tipo religioso, ma non necessariamente. La religione e la società spesso favoriscono la violenza sulle donne se pensiamo alle mutilazioni genitali come l’infibulazione o alle 6000 ragazze bruciate in India nel 1998 per questione di dote o alle 1000 pakistane vittime nel 1999 di crimini per questioni d’onore.
Ma la violenza sulle donne non nasce solo da problemi di arretratezza culturale o da matrice religiosa, si tratta, piuttosto, di un problema globale, ricorrente in tutti gli stati, dai più arretrati ai giganti dell’economia: basti pensare che negli Stati Uniti si sono verificati, nel solo 2001, 700.000 casi di violenza domestica.
Quella che dunque possiamo definire una “violenza di genere” si manifesta in diversi modi: con gli abusi domestici perpetrati da mariti o familiari, fatti di botte, violenze psicologiche, stupri coniugali e matrimoni forzati, con le violenze di cui le donne sono vittime nei luoghi di lavoro, con la tratta delle schiave del sesso e dello sfruttamento della prostituzione, che ha una larga diffusione anche in Europa, con una manifesta o subdola discriminazione nel lavoro o nei ruoli familiari.
Naturalmente non tutti i maschi sono violenti o potenzialmente violenti, nel senso di picchiatori, stupratori o autori di omicidi, ma è vero che le persone che esercitano violenza nei confronti delle donne sono quasi sempre maschi. Con buona pace di Giuliano Ferrara che, proprio nei giorni in cui alcuni quotidiani hanno reso espliciti questi dati rilevati da commissioni ONU o del Parlamento Europeo ed hanno iniziato a riflettere su tale realtà, ha pubblicato su “Il Foglio” un articolo incentrato sulla violenza e/o aggressività sessuale femminile!
Le ragioni affondano le radici in matrici culturali, religiose, nell’arretratezza sociale, ma anche, per quanto riguarda i paesi sviluppati, nella non risolta questione del rapporto tra sessualità maschile e femminile e nel ruolo sociale dominante degli uomini che, in ogni epoca in cui la donna compie uno scatto di liberazione e di emancipazione, reagiscono – spaventati - con aggressività e violenza.
A ben riflettere, anche nel corso del ’68, che è stato un movimento politico, connotato anche da esigenze di liberazione sessuale, gli uomini sono stati investiti “di striscio” dai temi della sessualità. E mai in modo collettivo. Spesso in conseguenza delle riflessioni che le donne andavano compiendo sul proprio corpo, indagando in gruppo sulla sessualità femminile, per affermare modi differenti di essere e un differente ruolo nella coppia e nella società.
E’ un grande passo avanti che il tema della violenza sulle donne sia emerso dal dimenticatoio in cui era stato relegato per anni nel nostro paese.
Quando si dice “femminicidio”
L’occasione di questa emersione è stata la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” proclamata dall’ONU in ricordo della tragedia delle sorelle Mirabal, violentate ed uccise il 25 novembre 1960 nella Repubblica dominicana, giornata che, per la prima volta, è stata celebrata anche in Italia proprio il 25 novembre scorso, con manifestazioni ed iniziative di sensibilizzazione e di approfondimento in tutte le più importanti città italiane.
Uno studio, molto interessante e documentato, effettuato dai Giuristi/e Democratici/e, partendo dal presupposto che la violenza sulle donne costituisce un fatto sociale e non privato, usa il termine di “femminicidio” per “includere in un’unica sfera semantica di significato ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psico-fisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori.”
Questo perché la violenza sulle donne può manifestarsi in molteplici forme, esplicite o subdole, e può provenire non solo dall’uomo, ma anche dal tipo di società o di sistema sociale, più o meno oppressivi, che in taluni casi la favorisce, ad esempio, attraverso la discriminazione nel mondo del lavoro o nell’accesso alle istituzioni.
Violenza sulle donne cioè non è solo stupro, ma un problema più complesso che ha radici giuridiche, politiche, economiche e culturali e che pone la donna, ancora oggi, in una condizione di inferiorità nelle relazioni sociali, familiari, lavorative.
Non è un caso che mentre l’affermazione dei diritti all’uguaglianza e il divieto di discriminazione sono parte integrante del sistema dei diritti umani sin dall’inizio, il tema della violenza sulle donne entra, nel dibattito internazionale, solo molto tardi. Sostanzialmente negli ultimi dieci anni. Ed incontra ancora resistenza e conflittualità, malgrado il dato allarmante già ricordato: e cioè che l’omicidio rappresenta la prima causa di morte per le donne in Europa ed è comunque una delle prime cause di morte in tutto il mondo.
La convenzione CEDAW , che è il principale trattato internazionale in materia di diritti umani delle donne, è stato il primo passo avanti per cominciare a porre sul piano giuridico e politico il tema della discriminazione e della violenza sulle donne. Essa è figlia del movimento femminista degli anni ’70 che organizzò le manifestazioni notturne al grido di “riprendiamoci la notte”, in occasione dello “stupro del Circeo” e che popolò le aule di tribunale dove le donne, vittime di violenza, si trasformavano di fatto in imputate.
Alla convenzione CEDAW, seguì il comitato CEDAW, con il compito specifico di vigilare sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e che stilò, nel 1989, la raccomandazione generale n.12 nella quale si invitarono gli stati, nei loro rapporti periodici, a fornire informazioni sulle leggi e sulle iniziative a livello nazionale per tutelare le donne da ogni forma di violenza nella vita quotidiana, compresa la violenza sessuale, la violenza domestica, le molestie.
Negli anni successivi, il tema della violenza contro le donne ritorna centrale nella conferenza di Pechino, che vede l’entrata in scena anche delle donne del terzo mondo, con la peculiarità dei loro problemi.
La piattaforma di Pechino ribadisce il legame fra la violenza sulle donne ed i diritti umani, affermando che “la violenza contro le donne costituisce una violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle donne e pregiudica o annulla il loro godimento di tali diritti e libertà” .
Nel documento finale di Pechino + 5, del 2000, le donne hanno conseguito risultati molto importanti come l’impegno dei governi a trattare tutte le forme di violenza contro le donne e le bambine come reati penali punibili dalla legge, compresa la violenza fondata su qualsivoglia discriminazione e il riconoscimento per la prima volta in un documento internazionale dei delitti commessi in nome dell’onore, in nome della passione, come alcune forme che prende la violenza contro le donne e che dunque vanno puniti.
Tale lotta per inserire la violenza sulle donne nell’ambito dei diritti umani ha una rilevanza pratica, concreta e costituisce una sfida importante. Perché, a differenza di altre rivendicazioni o aspirazioni sociali, i diritti umani sono fonte di diritto ed hanno dunque una validità giuridica, oltre ad una forza morale, a livello internazionale.
Un fenomeno in crescita
Tuttavia, malgrado il movimento femminile abbia conquistato strumenti giuridici importanti, la violenza sulle donne non diminuisce, anzi è in crescita esponenziale anche in Europa ed i governi non sempre affrontano il tema come un problema politico a tutto tondo, che richiede un approccio integrale, non solo di tipo repressivo.
Nella civilissima Svezia il numero di violenze e morti di donne è in aumento dal 2003; in Spagna dal 2001; in Francia è un’emergenza, dal momento che ogni quattro giorni una donna muore assassinata dal compagno, marito o ex; in Germania il 14% delle donne ha subito almeno una volta una violenza da un membro della famiglia e circa trecento donne, ogni anno, sono assassinate dagli uomini con cui vivono; in Gran Bretagna le donne maltrattate in famiglia rappresentano un quarto della popolazione femminile; in Belgio una donna su cinque è vittima di violenza domestica.
Questo aumento della violenza sulle donne in tutti i paesi europei è particolarmente inquietante perché l’Europa, pur essendo oggi pervasa da forti contraddizioni di classe, di nuove conflittualità indotte dall’immigrazione, dalla riduzione dello stato sociale, è però il luogo della rivoluzione francese, della rivoluzione d’ottobre, delle lotte del movimento operaio, del femminismo. Constatare che anche qui la violenza sulle donne è in crescita, deve indurci a lanciare un grido di allarme ed a ricercare soluzioni legislative adeguate alla gravità del problema.
Nel nostro paese poi, dove pesa la presenza del Vaticano e di pontefici, come papa Wojtila ed oggi Ratzinger, che hanno lanciato la crociata contro l’aborto e sono stati determinanti nel favorire una legge neo-conservatrice e reazionaria, come la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, vi è il rischio di una generale involuzione, anche sul piano legislativo.
Basti pensare che la legge 40, nei suoi pochi anni di vita, ha prodotto un elevato aumento delle coppie che si recano all’estero per risolvere i problemi di fertilità nonché per ricevere aiuto dalla ricerca sulle cellule staminali embrionali.
La situazione dell’Italia non si distingue da quella degli altri paesi europei ed anzi è particolarmente difficile, anche per la carenza di dati. Una fonte ISTAT ha stimato che negli ultimi cinque anni quattrocento donne sono state assassinate dai loro partner. Da un’indagine realizzata ancora dall’ISTAT, nel 2002, risulta che oltre la metà delle donne di età compresa tra i 14 e i 59 anni ha subito almeno una violenza sessuale, un ricatto sessuale al lavoro, una violenza, tentata o consumata, nel corso della vita. Gli autori delle violenza sono per lo più persone conosciute, se non addirittura intime: nel corso della vita solo il 18,3% delle vittime è stata violentata da un estraneo e il 14, 2% da un conoscente di vista. Per il resto sono gli amici ad essere più frequentemente i violentatori (23,5%), seguiti dai datori o colleghi di lavoro (15,3%), da fidanzati o ex fidanzati (6,5%), dai coniugi o ex coniugi (5,3%); nel caso poi delle violenze consumate, l’autore è amico della vittima nel 23,8% dei casi, il coniuge o il convivente nel 20,2%.
Il dato inquietante è che solo il 7,4% delle donne che ha subito violenza, tentata o consumata, nel corso della vita, ha denunciato il fatto per paura di essere giudicata male, di non essere creduta, di essere trattata con poca riservatezza. La quota di sommerso dunque è altissima.
Il comitato per l’applicazione della CEDAW è stato particolarmente severo, nel 2005, nei confronti del governo italiano ed ha stilato una serie di raccomandazioni alcune delle quali è bene evidenziare. Ad esempio ha censurato la bassa partecipazione delle donne alla vita pubblica e politica e la mancanza di programmi per combattere gli stereotipi attraverso il sistema scolastico e per incoraggiare gli uomini a prendersi le loro responsabilità e condividere i lavori domestici. Ha espresso il proprio disappunto sul fatto che mentre la modifica all’art. 51 della Costituzione prevede le pari opportunità per uomini e donne, non vi è una definizione di discriminazione contro le donne, né nella Costituzione, né nella legislazione. Ha suggerito che il governo ponga in essere una struttura istituzionale che riconosca la specificità della discriminazione delle donne da utilizzare anche come monitoraggio della realizzazione pratica del principio di parità sostanziale di uomini e donne nel godimento dei diritti umani. Ha espresso preoccupazione per la persistenza e pervasività dell’atteggiamento patriarcale e per il profondo radicamento di stereotipi inerenti i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia e nella società. Questi stereotipi sono considerati alla base della posizione di svantaggio occupata dalle donne in vari settori, compreso il mercato del lavoro e la vita politica e pubblica. Ha denunciato i gravi svantaggi che le donne debbono affrontare nel mercato del lavoro: ad esempio la sotto-rappresentazione delle donne in posizioni di rilievo, la maggior presenza di donne in alcuni settori sottopagati e nel lavoro part-time; il significativo divario salariale tra uomini e donne e la mancanza di attuazione del principio di parità salariale per uguali mansioni e carichi di lavoro. In materia di violenza sulle donne esprime preoccupazione per la persistenza di tale realtà e per l’assenza di una strategia globale per combatterne tutte le forme. Pur riconoscendo gli sforzi fatti dal governo per combattere la tratta delle donne, denuncia l’impatto su tali politiche della legge Bossi-Fini che concede potere discrezionale alle autorità locali di porre in essere restrizioni anche per le vittime di tratta. L’elenco non è esaustivo, ma solo indicativo di alcune delle raccomandazioni che sembrano più eclatanti e che comunque danno l’idea di una situazione preoccupante ed arretrata.
La domanda cruciale che dobbiamo porci è: perché questa crescita della violenza sulle donne nel cuore dell’Europa e nelle società a capitalismo sviluppato? Non residuo, evidentemente, di persistenti arretratezze, ma fenomeno in crescita, in relazione ad un certo tipo di sviluppo sociale e quindi sintomo di una società che sembra andare verso la decadenza.
Non è facile dare risposte convincenti ed anzi sono certamente molti i terreni che dovrebbero essere indagati.
Uomini che parlano di sè
Alcuni uomini, invitati a dare una spiegazione sul comportamento del proprio genere, hanno evidenziato che la violenza sulle donne esplode, come reazione alla mutata soggettività femminile. Il maschio, che non ha preso coscienza di sé, come essere sessuato, non si riconosce più nel comportamento ed atteggiamento femminile, consapevole di sé, meno rassicurante e non sottomesso. Si attiva perciò questo mostro della violenza come reazione aggressiva disperata, allo scopo di ristabilire il vecchio ordine gerarchico, la vecchia divisione dei ruoli. Il bisogno di riappropriarsi del corpo delle donne come bisogno delle vecchie certezze. In altri termini si potrebbe dire che la libertà e l’emancipazione femminile hanno prodotto nel maschio, uno “spaesamento” così forte che ha provocato uno scatto di inasprita e malintesa virilità e di rinnovata violenza. Come un leone ferito nel suo primato che reagisce diventando più aggressivo.
Ma accanto a questa realtà del comportamento maschile, che certamente andrebbe più profondamente indagata, a partire dalla sessualità, che è certamente più complessa di quanto non si dica comunemente, vi è pure il tema della “decadenza” della civiltà occidentale e delle società a capitalismo sviluppato, pervase dal liberismo e dall’ideologia del mercato, dalla caduta dei valori della solidarietà sociale, dall’incapacità di accoglienza di culture diverse, che non si era registrata neppure dopo la caduta dei grandi imperi coloniali, ed a volte da un violento razzismo, dalla precarietà nel lavoro e dunque nella vita, che rende tutti meno sicuri e più fragili, dall’appannarsi di un progetto e di una prospettiva di società realmente alternativa fondata su strutture e valori diversi da quelli del capitalismo, in cui le forze sociali democratiche, la stessa classe operaia, possano convergere e riconoscersi.
In questo quadro generale, a me pare, tutto torna indietro: nelle relazioni sociali, nelle relazioni personali, pervase, queste ultime, dall’odiosa esigenza di consumare tutto subito, senza capacità di attesa, di progetto, di costruzione. Vi è una perdita del sentimento stesso della vita e della realtà.
Ciò che appare scoraggiante è che non si vedono i segni, in questo Occidente sviluppato, di un’inversione di tendenza. Al contrario il mercato sembra controllare non più solo la produzione, ma ogni aspetto della vita, della cultura, dell’espressione, del modo di relazionarsi tra gli individui. E soprattutto i giovani appaiono, da questo punto di vista, particolarmente vulnerabili e spaesati, perché difficilmente riescono ad incontrare nella loro esperienza di vita, espressioni e soggetti portatori di valori alternativi nei quali riconoscersi.
C’è da domandarsi che futuro possono avere le società a capitalismo sviluppato in cui il liberismo economico ha prodotto valori così distorti, insicurezza economica e sociale, perdita di chance per molti, abbassamento della qualità dell’istruzione, ritmi di lavoro elevati, relazioni tra gli individui così conflittuali ed aggressive.
Senza cadere nella trama ingannevole della cronaca nera, che spesso eccita gli animi, ma non induce ad alcuna ragionevole riflessione, non è possibile però trattare il tema della violenza sulle donne, evitando di fare qualche cenno ai ripetuti episodi di violenza, abusi e molestie nei confronti di ragazze minorenni ad opera di adolescenti, che si sono verificati indifferentemente al sud, al centro ed al nord del nostro paese.
Non si tratta di criminalizzare un’intera generazione di giovani che al contrario ha bisogno più che mai della fiducia degli adulti, dei genitori, degli insegnanti spesso incapaci di trasmettere autostima, sicurezza e valori solidi. Si può osservare però che la violenza sulle donne si impara e si pratica da giovanissimi, ad ulteriore conferma della “fragilità” sessuale ed emotiva maschile, tanto fragile che ha bisogno di esprimersi in forme di sopraffazione ed umiliazione dell’altro sesso.
Quei ragazzi, in verità, - non per assolverli, vanno anzi adeguatamente puniti ed educati - riflettono società imbarbarite, sotterraneamente violente, perdute dal punto di vista dei valori, popolate di adulti, i veri responsabili, incapaci di farsi carico della loro crescita.
Le stesse modalità con cui la violenza è spesso praticata, ovviamente in gruppo, riprendendo le “scene” con i cellulari o filmando le proprie bravate, rendono l’idea dell’inconsapevolezza della gravità delle proprie azioni e di un pessimo rapporto con la realtà di cui spesso non si concepiscono i confini.
E quando i confini tra l’immaginazione e la realtà diventano incerti, sfumati, anche l’essere umano più tranquillo può rompere gli argini della civiltà e diventare un torturatore, un violento.
Da questo punto di vista vi è un uso distorto delle stesse tecnologie, che costituiscono certamente una grandissima opportunità di conoscenza, di diffusione dell’informazione, di velocizzazione dello studio e del lavoro, uno strumento dalle enormi potenzialità di sviluppo, ma che non possono sostituire l’esperienza concreta, le relazioni tra le persone in carne ed ossa, né possono diventare il mezzo principale su cui i ragazzi si esercitano, si mettono alla prova, si relazionano tra loro.
Inchiesta sul “bullismo”
Uno studio sul cosiddetto bullismo, termine in realtà improprio per indicare forme di prepotenza e sopraffazione minorile, effettuato in una scuola media di Bologna, rivela che il 95,5% degli alunni ammette che a scuola avvengono prepotenze e ingiustizie. Il 48% dichiara di esserne vittima. I ragazzi artefici di tali comportamenti hanno dichiarato di non avere alcuna fiducia negli insegnanti e nella famiglia ed interrogati sui valori in cui credono hanno messo al primo posto la ricchezza, il successo, la libertà di fare, all’ultimo posto valori come la giustizia e l’uguaglianza, la solidarietà sociale e interpersonale.
Questi dati, riguardanti una realtà limitata, confermano però come la perdita di diritti sociali ed economici conduce anche ad un arretramento sul piano culturale e viceversa. E quando si perdono i valori della giustizia, dell’uguaglianza, della solidarietà gli esseri umani possono dare il peggio di sé, dare sfogo a quel mostro che vive in ognuno di noi.
Appare del tutto evidente che una realtà così diffusa e complessa come quella della violenza sulle donne, a volte praticata da minorenni nei confronti di ragazze , non può essere affrontata con misure puramente repressive.
Per questa ragione le organizzazioni femminili hanno respinto la proposta del ministro delle pari opportunità Pollastrini che affrontava il tema unicamente inasprendo le pene nei confronti degli autori di violenze.
A tale proposito non si può non citare la “legge integrale sulla violenza di genere” approvata dal governo Zapatero (la cui politica, peraltro, in campo economico ed internazionale è discutibile) che, a fronte dell’aumento in Spagna, del 34% delle violenze sessuali registrato tra il 2002 e il 2003, ha varato norme che agiscono su più livelli: sul piano politico attraverso campagne di sensibilizzazione, sul piano sociale, sia attraverso l’apertura di nuovi centri per donne maltrattate o di urgenza per donne che rischiano la violenza, sia attraverso aiuti finanziari e sostegno giuridico alle donne che vorrebbero abbandonare il domicilio coniugale, senza averne la possibilità economica. Inoltre più di quattrocento giudici sono stati assegnati a sezioni speciali che si occupano di questioni di genere
La Ley de Proteccion Integral è in vigore da un anno e mezzo e purtroppo le statistiche non hanno fatto registrare un calo della violenza, ma un dato positivo si è comunque verificato e cioè l’aumento delle denunce presentate da donne che, evidentemente, si sentono più protette dalle istituzioni .
Anche l’Austria è un paese che già dal 1997 ha messo in campo un sistema legislativo, piuttosto avanzato, diretto a contrastare la violenza di genere, proponendo sia forme di intervento in aiuto della vittima, come l’allontanamento del coniuge violento per dieci giorni e lo spostamento della vittima in centri di sostegno, sia una politica di rieducazione degli uomini violenti e programmi di formazione e sensibilizzazione alle tematiche di genere per polizia, medici, giuristi.
E’ evidente che questi tipi di approccio giuridico dovrebbero essere fatti propri anche dal governo italiano, ed in particolare dal governo di centro-sinistra che, invece, è ancora lontano dal liberarsi da una logica puramente emergenziale e dall’affrontare il tema della violenza sulle donne con misure repressive, ma anche educative, di sostegno delle vittime, di sensibilizzazione degli organi preposti alla tutela delle vittime.
La giornata del 25 novembre ha consentito la circolazione di dati importanti per combattere la piaga della violenza sulle donne, dati che hanno colpito anche persone che da anni si occupano del problema. Ma occorre continuare. C’è bisogno di riprendere l’iniziativa culturale nelle scuole, nella società, nei posti di lavoro, creare un movimento di donne e uomini consapevoli, animati dall’esigenza di creare sensibilizzazione sul tema, attorno ad obiettivi concreti e condivisi.
Diceva Einstein: “non penso mai al futuro perché fa presto ad arrivare”. Nel caso della violenza sulle donne, una nuova realtà tarda invece ad affermarsi.
E senza la nostra lotta, senza la nostra attività paziente e tenace nessun governo, nessuna istituzione ci regalerà niente.
